Sopravviverà Bitcoin alla crisi di scalabilità?

Secondo le simulazioni, la rete Bitcoin si sta avvicinando rapidamente alla massima capacità dei blocchi con limite di 1 MByte di registrare le transazioni effettuate sulla rete. Dopo molte discussioni infruttuose, una parte della comunità che sviluppa il codice ha deciso di rilasciarne una nuova versione, XT, in cui il limite sui blocchi viene rimosso. Lo spauracchio della “hard fork” e le polemiche.

Com’è noto (vedi anche i nostri articoli sui numeri scorsi) la rete che consente lo scambio sicuro della criptomoneta bitcoin si basa su un database distribuito, composto da blocchi concatenati (block chain). I blocchi vengono generati da operatori detti “miners” che devono risolvere un algoritmo molto complicato e che ricevono per il loro lavoro un certo numero di bitcoin, e una percentuale delle tariffe delle transazioni attestate sul loro blocco da loro generato. La quantità di bitcoin ricevuti decresce in progressione geometrica ogni quattro anni, In questo momento e fino a tutto il 2016, il premio è di 25 bitcoin per ogni blocco generato. Da quando è nata ala rete Bitcoin , la dimensione massima (hard limit) di un blocco è di un MByte. Per essere bitcoinXT-logoconfermata, ogni transazione deve essere registrata in un blocco memorizzato nella maggioranza dei server distribuiti. La combinazione di prestazioni dei server, prestazioni delle connessioni e dimensione massima dei blocchi si traduce in una velocità massima teorica di 7 transazioni al secondo. Con il crescere del numero degli utenti e delle transazioni, il tempo di attesa per l’utente per avere conferma della sua transazione tende a crescere. Secondo le simulazioni, tra la metà dell’anno prossimo e la prima metà del 2017, la rete raggiungerà la saturazione, ossia le transazioni si troveranno di fronte ad una block chain con tutti i blocchi pieni. E’ quella che in gergo si definisce “scalability crisis”, un problema che tutti i servizi a numero di utenti e transazioni “open ended” si trovano a dover superare prima o poi e che è causato da uno o più’ colli di bottiglia del servizio o dell’infrastruttura su cui si appoggia.

Cosa succederà in quel momento è controverso: alcuni dicono che semplicemente cresceranno le tariffe delle transazioni (che ora sono bassissime ma non nulle) e che chi sarà disposto a pagare di più sarà “confermato” prima. Altri però non sono così ottimisti e ricordano quando nel 2011 la rete si bloccò o quasi perché la maggior parte dei miners, allora dotati di computer non molto potenti, avevamo scelto di limitare a 250 Kbyte (soft limit) la dimensioni dei propri blocchi. Dal momento che non vi è un modo per distinguere tra una transazione di trasferimento fondi ed una di pagamento di una tariffa di conferma, e che non vi è un meccanismo di feedback su quale sia la “tariffa giusta” (sarebbe un mercato al buio), ogni tentativo di migliorare la posizione di una transazione offrendo cifre sempre più alte per confermarla non provocherebbe altro che un aumento del carico, in modo esponenziale. A qual punto si avrebbe una caduta a catena di server e perdita delle transazioni non ancora confermate. Le conseguenze sono facilmente immaginabili.

Dopo una serie di proposte, tra cui quella di elevare una tantum le dimensioni dei blocchi a 20 MByte, come si vede nello schema storico qui sotto, i propugnatori di questa visione pessimistica lo scorso agosto, stimando che non ci sia più tempo, hanno deciso di non aspettare. Hanno quindi rilasciato una nuova versione di Bitcoin, contrassegnata con la sigla XT, che eleva il limite dei Grafico dimensioni blocchiblocchi a 8 MByte da subito, per poi raddoppiarlo ogni due anni sino ad arrivare ad un massimo di 8 GByte (quindi nel 2036). E’ interessante notare che XT non impone un limite minimo alla dimensione dei blocchi, per cui anche i miner più piccoli non verranno espulsi dalla rete perché potranno sempre riuscire ad essere più veloci a far accettare i propri blocchi riducendone le dimensioni e caricando meno i server. Nella rete Bitcoin infatti non conta tanto essere veloci a creare i blocchi ma a farseli confermare dalla maggioranza dei server. Chi comanda, in altre parole, sono i server e dietro di loro gli utenti. I miner sono al loro servizio: se i loro blocchi non vengono confermati entro breve, diventano “orfani”, vengono cancellati e non ricevono il premio e la loro quota delle tariffe di transazione, andando in perdita. E’ quindi evidente che l’interesse dei miner, pagati dalla rete, sia che i loro blocchi diventino confermati il più rapidamente possibile e che la valuta con cui sono pagati (bitcoin) abbia la maggior diffusione possibile. Anche se il numero dei miners dovesse diminuire per concentrazione (sta già avvenendo da almeno due anni), il loro interesse andrebbe contro a eventuali “mire egemoniche”.

Dal 15 di agosto Bitcoin XT è installabile sui server. In questo momento è compatibile con la versione originale (Bitcoin Core) ma, entro gennaio 2016, nel momento in cui il 75 per cento di 100 blocchi consecutivi sarà stato generato dal software della nuova versione (ogni blocco ha impresso il numero della versione), la compatibilità sparirà. A quel punto si creerà una separazione (in gergo “hard fork”) tra i server aderenti ad una versione e quelli dell’altra. I blocchi XT non saranno più leggibili da Bitcoin Core e questi ultimi, emessi dopo la fork, non saranno più leggibili da XT. La mossa della fazione XT, che è capeggiato da Gavin Andresen e Mike Hearn, il primo uno dei cinque curatori originari del codice concepito da Satoshi Nakatomo (nom de clavier, se ci si passa la battuta, dell’anonimo/a che ha concepito Bitcoin, sempre che sia una persona singola), ha suscitato reazioni, anche scomposte, nella comunità Bitcoin. La sezione cinese, che è importate perché conta circa il 50 per cento degli utenti (almeno ufficialmente) si oppone a XT. Altre fazioni contestano ai due di XT il fatto di avere preso una decisione senza il consenso della comunità (che. essendo necessario al 100 per cento secondo l’ideologia comunitaria, in pratica blocca qualunque innovazione). Altri ancora spaccano il capello in quattro e si appellano a soluzioni alternative (che hanno anche meno consenso), e dalla discussione nel merito la polemica è passata rapidamente alla dietrologia: perché lo hanno fatto ? La risposta più gettonata è: perché vogliono la concentrazione del potere in poche mani, in grado di gestire blocchi di dimensioni sempre più grandi invece di lasciare fare al mercato (!). Al che l’altra fazione fa notare che tutti i più vociferanti critici di XT, e fautori del mercato guidato dal rialzo delle tariffe in cambio di velocità, sono impegnati nello sviluppo di software e servizi paralleli alla rete Bitcoin che promettono, a pagamento, appunto maggiore velocità di conferma nelle transazioni. Come dire: se la rete Bitcoin diventa una lumaca si sarebbe praticamente obbligati a sottoscrivere questi servizi: a pensar male, diceva quel tale.

E i due che hanno scatenato tutto questo che dicono ? Ostentano tranquillità e fanno notare che se anche non riusciranno a convincere i miner a generare il 75 per cento dei blocchi entro gennaio 2016, e i server ad accettarli, basterà aspettare il blocco della Rete, un anno dopo. A quel punto chi vorrà continuare finirà per installare XT. Forse è proprio questa certezza e il fatto che mentre gli altri discutevano loro hanno agito, e si trovano ora in indubbio vantaggio, a mandare in orbita i contestatori.