Oltre Bitcoin, le monete complementari si diffondono anche in Italia

Una pervasiva campagna pubblicitaria, con seguito di inchieste e polemiche sui media, ha riportato l’attenzione sul tema delle valute private, dette anche monete complementari, scoprendo un universo molto più ampio e soprattutto più ricco d’anni della più famosa, quella Bitcoin di cui ci siamo già occupati.

Le valute complementari sono strumenti di commutazione con cui è possibile scambiare beni e servizi affiancando il denaro ufficiale (rispetto al quale sono complementari). La base fondamentale della moneta complementare non è la dimensione pubblica e legale della moneta, ma quella più propriamente contrattuale degli accordi anche di tipo associativo, a sostegno della sua emissione e accettazione come mezzo di pagamento. In altre parole, le monete complementari aderiscono alla definizione antica di denaro, ossia un accordo all’interno di una comunità che accetta di utilizzare “qualcosa” come bene di scambio riconosciuto. Le comunità che “emettono” valute complementari sono dei tipi più diversi: città, cooperative, associazioni, ma anche aziende che offrono un servizio a cui aderiscono persone fisiche ed aziende. E’ il caso del Crevit, oggetto della campagna pubblicitaria ricordata all’inizio.

Valuta complementare-bitcoin

Esistono diversi tipi di valuta complementare. Alcune sono settoriali, ossia vengono accumulate tramite un’attività legata ad un singolo settore e possono essere utilizzate per acquistare beni o servizi dello stesso settore. Il caso classico è quello dei punti “frequent flyers “ delle compagnie aeree, anche se il sistema nel tempo si è aperto ad altri sistemi di accumulo (per esempio redimendo i punti dei programmi fedeltà delle carte di credito). Un altro esempio di diversa settorializzazione è quello dei “buoni pasto”, che è anche la valuta complementare che più è diffusa nell’esperienza quotidiana.

I buoni pasto sono un esempio anche per quella classe di valute complementari che ha una valuta legale come base, ossia che possono essere acquisite conferendo moneta legale. D’altra parte, il contrario, almeno per i buoni pasto non vale: possono essere convertite solo in beni o servizi.

Non tutte le valute complementari hanno questa limitazione. In molti casi, soprattutto in quelle che sono originate da associazioni che hanno come obiettivo la solidarietà tra i membri, l’uscita dal circuito è possibile con uno sconto di qualche punto percentuale sulla somma tradotta in valuta legale, percentuale che viene trattenuta per il funzionamento dell’associazione.

Un caso particolare di valuta complementare è quella basata sul baratto e sulla compensazione (barter trading), in cui si costituisce una comunità di aziende che acquistano beni e servizi compensandoli successivamente con beni e servizi propri. Rispetto al baratto tradizionale, che è bilaterale e immediato, i circuiti di bartering sono multilaterali e la compensazione può essere differita nel tempo, per cui ammettano fenomeni molto simili all’economia monetaria, come la leva finanziaria, che ha richiesto lo svilupo di sistemi di garanzia anche molto sofisticati. I picchi del bartering storicamente si hanno in periodi di iperinflazione e di grande volatilità dei cambi, oppure in periodi di stagnazione e di difficile accesso al credito bancario a breve termine, ma la sua funzionalità non è legata a un determinati periodi storici. La più antica associazione che fa uso di valuta complementare, la svizzera cooperativa WirBank, esiste e prospera dal 1934 e si basa proprio sul bartering. Una realtà italiana basata sul modello Wir è BexB, attiva dal 2001 con 2700 aziende aderenti.

Più recentemente, soprattutto a livello di comunità locali, sono sorte in tutto il mondo valute appunto locali, che hanno una circolazione limitata ad un determinato ambito geografico. L’idea è di favorire lo sviluppo dell’economia locale, attraverso diversi meccanismi. Uno dei più usati è offrire un premio a chi entra nel sistema, facendo pagare un’unità della valuta locale sotto la parità rispetto alla valuta locale che affianca.

Un tipo particolare di valuta locale è il Buono Locale di Solidarietà, comunemente detto SCEC (Solidarietà, o Sconto, che cammina), che si basa sul principio di buono sconto, mutuato dalla GDO, ma esteso ad maggior numero di soggetti, che vendono beni e servizi a chi presenta uno Scec (che vengono stampati in tagli diversi) con uno sconto corrispondente al valore dello Scec. A differenza dei buoni sconto, gli Scec continuano a circolare, e rappresentano quindi un modo per sostenere l’economia locale. Buona parte degli emittenti degli Scec italiani sono da diversi anni entrati nell’ArcipelagoScec, che consente lo scambio di Scec tra le diverse aree geografiche di circolazione. Lo Scec ha avuto il riconoscimento di legittimità dall’Agenzia delle Entrate e dalla Guardia di Finanza già nel 2010, perché nei documenti fiscali il suo valore viene conteggiato come sconto, quindi esente.

Concludiamo questa rapida carrellata sul fenomeno delle valute complementari con quelle basate sul tempo, che attribuendo un valore alle ore lavoro dei partecipanti al circuito. Nate in Inghilterra negli anni ’80, si basano sul concetto di mettere a disposizione su base non monetaria le competenze e il lavoro degli aderenti. In Italia esistono dagli anni ’90 le Banche Del Tempo, e nel 2012 è stata lanciata aTimeRepublik, una banca del tempo globale digitale che copre ormai 90 Paesi. Il maggiore impatto però le valute basate sul tempo lo hanno a livello locale, dove è più semplice lo scambio anche su attività che richiedono la presenza fisica, per esempio l’assistenza agli anziani. Un caso di quest’ultimo tipo è Fureai Kippu, un network giapponese dedicato all’assistenza agli anziani. In genere le valute complementari basate sul tempo hanno una forte impronta di solidarietà e sono utili per fare rientrare nel mondo del lavoro persone che sono state marginalizzate.

Che giudizio dare sulle valute complementari ? Essendo il fenomeno così diversificato e variegato, è impossibile darne uno. A parte le periodiche paure di complotti e truffe, che emergono da molta copertura mediatica, si può dire che le valute complementari si basano su di un contratto e sull’adesione volontaria dei partecipanti ad un circuito che si basa sulla reciproca fiducia tra partecipanti e nei confronti di chi lo gestisce. Come tale, il partecipante è protetto dalla legge nel caso di inadempienza contrattuale dell’organizzatore del network. Nel caso di fallimento dello stesso, invece, si perdono i propri “soldi”. Il problema non si pone nel caso delle piattaforme decentrate (come, per inciso, i BitCoin), che possono “fallire”, o nel migliore dei casi, savlutarsi, solo nel momento in cui la fiducia venga meno e non trovino più chi li accetta. Ma questo problema è comune anche alle valute legali.