EMIR è partito ma il reporting “zoppica”: troppo pochi LEI per fotografare il mercato

Le componenti  tecnologiche  più critiche della regolamentazione EMIR, quelle relative alla reportistica delle transazioni eseguite, non hanno avuto problemi a superare la deadline del 12 febbraio. Resta un problema di fondo: il numero di identificativi univoci delle controparti emessi finora non è lontanamente in grado di fotografare la consistenza del mercato

Milano, 27/03/2014 – A cura della Redazione – informazioni@icbpi.it

Finanzanalyse

LEI non è un pronome personale ma l’ennesimo acronimo del mondo della finanza, che quando si incrocia con quello legislativo e regolamentare diventa particolarmente fertile. Il Legal Entity Identifier è un codice di 20 caratteri alfanumerici che deve identificare in modo univoco ogni persona giuridica, sia istituzione finanziaria che no, che è controparte di transazioni finanziarie,  ed è definito dallo standard ISO 17442.

La nascita del LEI si può far risalire all’epocale vertice G20 di Pittsburgh dove emerse in modo “plastico” che la crescita dei mercati dei derivati non regolamentati, gli OTC, aveva fatto crescere anche il livello di rischio insito nel sistema in un modo che non si sarebbe palesato prima dell’esplodere di una crisi (caso Lehman-Brothers docet).  Per monitorare ciò che sta accadendo sui mercati e soprattutto chi è esposto verso chi e a che livelli, è necessario che ogni controparte venga identificata , e non solo le capogruppo ma anche le filiali, le controllate, le partecipate non consolidate, insomma tutti coloro che possono assumere posizioni sui mercati che possano poi ricadere attraverso la catena di controllo su entità apparentemente non esposte. Quindi il sistema LEI non consiste solo di un codice ma anche e soprattutto di un database che contiene un certo numero di informazioni mantenute aggiornate, per esempio a chi fa capo la proprietà della persona giuridica.

La Dodd-Frank americana a e la normativa EMIR richiedono entrambi l’uso di un LEI nel reporting sulle transazioni di derivati. E qui sorgono i problemi, alcuni probabilmente transitori (la CTFT americana pare abbia problemi nella lettura dei report relativi ad alcune tipologie di strumenti) altri più fondamentali.

Il caso più eclatante, molto dibattuto  sula stampa specializzata, e è che probabilmente non ci sono LEI emessi dalle varie authorities (in Italia per esempio le Camere di Commercio) per identificare univocamente tutti le controparti. Secondo il servizio Openleis (openleis.org) ad oggi risultano registarti poco più di 280.000 LEI  a livello mondiale. Ma, si fa notare, se si considerano solo le controparti che partecipano al mercato dei derivati sulle valute solo in Europa, probabilmente mancano all’appello qualche milione di LEI…

La conclusione di molti commentatori è scontata: finché effettivamente il reporting voluto dai regolatori non conterrà veramente le informazioni necessarie a valutare la situazione del mercato e i livelli di esposizione degli operatori , ci troveremo di fronte a montagne di dati, costate miliardi di euro, e inutili.

Torneremo sull’argomento nel prossimo numero di Mind The Gap.